L’anima come essenza: La fuga di Pitagora, tra filosofia e incontro di popoli


di Paola Abenavoli

Parla di anime, Pitagora. Parla di ricordi. E di numeri, che parlano a loro volta del mondo, lo definiscono. Parla della terra, parla del sole, della luce che riflette immagini e parole. La filosofia si unisce alla matematica, per parlare di umanità: e da Pitagora all’oggi, il passo sembra essere davvero breve. Se non fosse che la sua lezione a tratti sembra andar persa: e allora, delle sue parole restano le anime, quelle che trasmigrano di corpo in corpo, dalla natura agli animali, agli uomini, desiderando restare integre nella loro purezza.

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Anime e visioni: la magia di Pitagora a SpazioTeatro con Ernesto Orrico

Uno spettacolo ancestrale quanto riconoscibile


di Katia Colica

Noi c’eravamo. Proprio noi, pubblico del terzo millennio, spaccati in individualità
e ossessioni; persino in esibiti virtuosismi: da qualche parte c’eravamo. Mentre il
Maestro narrava di anime e Universo, di numeri che marcano regole e
d’improvviso divengono energie; lì, mentre l’allievo buono Euphemos raccontava
con indulgenza di quando l’aveva visto “chinarsi sull’asino caduto e abbracciarlo
e piangere con lui”.

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SpazioTeatro, in scena Pitagora, voce dell’anima universale

Approda a Reggio la pièce scritta da Marcello Bruno, sul palco la classe di Ernesto Orrico e la chitarra di Massimo Garritano


di Gabriella Lax

Chi è Pitagora? tutti lo conosciamo come un grande studioso della matematica, un filosofo; per quelli più vicini a lui poi era un maestro. Nella pièce “La fuga di Pitagora lungo il percorso del Sole”, andata in scena SpazioTeatro, ne “La casa dei racconti”, con la recitazione di Ernesto Orrico e Massimo Garritano alla chitarra, Pitagora è l’essenza..

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ÀP Teatro: dalla “Fuga di Pitagora” alla “Supernova”, stasera in scena a Roma


di Renata Savo

Una euforica divagazione che cavalca la duplice onda della filosofia e della matematica è stato lo spettacolo Fuga di Pitagora, scritto da Marcello Walter Bruno, e diretto e interpretato da Ernesto Orrico, ospitato in apertura della stagione ÀP Teatro promossa da Associazione daSud Compagnia Ragli e giunta alla terza edizione.

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Ernesto Orrico: Pitagora pacifista? La disciplina della tolleranza


di Marta Maria Cirello

[...]Ernesto Orrico ha messo in scena La fuga di Pitagora lungo il percorso del sole, in anteprima, insieme al musicista Massimo Garritano, un testo di Marcello Walter Bruno. La scena vuota, un uomo incappucciato, simile a un monaco, dice tantissime parole, in controluce, e dei suoni creano un’atmosfera sospesa.[...]

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L’ANIMA COME ESSENZA: LA FUGA DI PITAGORA, TRA FILOSOFIA E INCONTRO DI POPOLI

di Paola Abenavoli
su paneacquaculture.net

Parla di anime, Pitagora. Parla di ricordi. E di numeri, che parlano a loro volta del mondo, lo definiscono. Parla della terra, parla del sole, della luce che riflette immagini e parole. La filosofia si unisce alla matematica, per parlare di umanità: e da Pitagora all’oggi, il passo sembra essere davvero breve. Se non fosse che la sua lezione a tratti sembra andar persa: e allora, delle sue parole restano le anime, quelle che trasmigrano di corpo in corpo, dalla natura agli animali, agli uomini, desiderando restare integre nella loro purezza.

La fuga di Pitagora, scritto da Marcello Walter Bruno e portato in scena da Ernesto Orrico,è un viaggio in un modo di vedere il mondo, tra scienza e pensiero. E anche condivisione, la città vista come condivisione: quella del Maestro (Pitagora, in realtà, nel testo non viene mai citato) è una cultura di incontro tra i popoli, di cui quella terra nella quale sceglie di operare, la Calabria, l’antica Kroton, è stata sempre fonte.

Ma c’è chi osteggia questa visione, allora come oggi: chi urla di chiudere i porti, chi non accetta la visione delle donne che, all’interno della comunità fondata dal Maestro, possono avere voce, creare, dire la propria. C’è chi non accetta che una dottrina possa essere impartita da chi arriva da una terra straniera: e allora, la lotta, la guerra, la violenza, per riportare tutto com’era prima. Ma ciò che Pitagora intende cercare non è un sogno: è la visione di un mondo che si riflette nella luce, dove tutto si muove «lungo il percorso del Sole».

Un testo potente, con il quale Ernesto Orrico, in scena insieme al musicista Massimo Garritano, costruisce attorno alle parole un linguaggio teatrale altrettanto potente, in cui si inserisce un lavoro attoriale che si snoda tra diversi personaggi che si alternano, con uno studio accurato di caratteristiche, stili, toni.

Orrico incarna il Maestro che, in una scena che riporta alle forme geometriche, a disegni e a immagini che riflettono gli studi di Pitagora, e tra luci basse, fa emergere solo la sua voce, sotto il cappuccio. E le mani sottolineano le sue parole, senza didascalismi, ma rimarcandole, soprattutto nel caso del significato dei numeri che diventa filosofico. Come quel processo, quasi matematico anch’esso, per ricordare, fissare i ricordi con meticolosità, prima uno, poi sette, poi quelli di un mese, e confrontarli con le altre persone, facendo memoria delle esperienze e condividendole. Una visione della vita che diventa incontro e complessità. E il racconto che Orrico ne fa, rende quella complessità attraverso la semplicità di un testo mai retorico o criptico, interpretato con una messinscena fluida, costantemente percorsa e sostenuta dalla musica: una musica densa di fili che si intrecciano, di temi che ritornano, di rimandi a quella matematica che peraltro governa anche la musica. È la creatività di Garritano che costruisce sonorità che uniscono echi lontani, elettronica, sottolineando, anche in questo caso senza didascalismi, ma divenendo tutt’uno con le parole: non è una frase fatta, in questo caso si tratta proprio di una unione intensa fra i due elementi, con la musica che, a tratti, sembra condurre verso intensità espressive crescenti, inglobando quasi il testo, senza però mai sovrastarlo. In pratica, una sintesi tra elementi, in cui ogni parte, ogni strumento espressivo sembra aver costruito all’unisono con gli altri ogni fase dello spettacolo.

Un “polilogo in 10 numeri”, strutturato in diversi momenti, con diversi protagonisti: e così, dalla quasi oscurità in cui si muove il Maestro, si passa all’allievo che, alla luce di uno specchio, parla delle anime, della teoria della trasmigrazione di cui Pitagora gli ha narrato, guardando con benevolenza e rispetto agli animali. E poi la donna, che una maschera che rimanda alla Magna Grecia ci restituisce sulla scena, con una voce fuori campo: quelle donne che conoscono la natura e l’umanità, accostandosi ad essa insieme al Maestro.

Come per la metafora del minestrone che nasce dalla sapiente unione di tanti gusti diversi, così tanti popoli diversi unendosi possono dar vita a un Paese con tanti sapori e tante culture, in un insieme armonico. Ma poi c’è chi contesta tutto questo, chi vuole lottare lo straniero (come Pitagora viene visto), le donne che lo sostengono. È la chiusura, di confini, di porti, di menti, che vuole avere il sopravvento. E alla fine, cosa resta? In scena, al centro di un sole creato da tanti triangoli, che si trasforma rivelando degli specchi, rimane l’attore, che pian piano si sveste dei panni dei personaggi. E sulla sua camicia campeggia una scritta, “soul”: quell’anima che l’attore stesso rivela come unica essenza di un percorso. «La mia anima emigra lungo i corpi indossando i nomi che scolpiscono la storia inventandola su pavimenti di legno», recita Ernesto, non più personaggio: l’attore è tante anime, su ogni palco, perché alla fine ciò che resta, su quel palco e nella vita, ciò che resta dalla lezione e dalla storia, al di sopra delle vicende e dei conflitti, è proprio l’anima.

 foto di Marco Costantino


ANIME E VISIONI: LA MAGIA DI PITAGORA A SPAZIOTEATRO CON ERNESTO ORRICO

Uno spettacolo ancestrale quanto riconoscibile

di Katia Colica
su sound36.com

Noi c’eravamo. Proprio noi, pubblico del terzo millennio, spaccati in individualità e ossessioni; persino in esibiti virtuosismi: da qualche parte c’eravamo. Mentre il Maestro narrava di anime e Universo, di numeri che marcano regole e d’improvviso divengono energie; lì, mentre l’allievo buono Euphemos raccontava con indulgenza di quando l’aveva visto “chinarsi sull’asino caduto e abbracciarlo e piangere con lui”. O quando Aigon, l’allievo cattivo, urlava di chiudere i porti guidando lo sterminio dei pitagorici. Perfino mentre lo stesso Maestro incitava i krotoniati ad affondare i Bronzi ravvisandone quella bellezza che parla di guerra. Così La fuga di Pitagora lungo il percorso del sole, scritto da Marcello Walter Bruno e portato in scena da un magistrale Ernesto Orrico , non lascia scampo agli spettatori. Li prende per mano con un avvio soffuso, seducente diremmo, e li cattura dentro uno spettacolo ancestrale quanto riconoscibile. Una gabbia che buca il tempo e lo spazio, che si espande facendo diventare la saletta di SpazioTeatro a Reggio Calabria – che ha ospitato lo spettacolo nella sua rassegna teatrale “La casa dei racconti” – un non-luogo capace di una narrazione visionaria.

Orrico alterna i personaggi con diverse soluzioni: l’uso sapiente e mai caricato della voce, la maschera, un essenziale cappuccio che copre o scopre, l’efficace gestualità delle mani.

Non gli importa di creare facili similitudini con il contemporaneo: la chiusura dei porti, l’indipendenza delle donne, la repressione del diverso. La potenza dello spettacolo, fatto salvo il timbro contemporaneo, esplode nella naturalezza dei cicli che si ripetono, dentro il regolare ritorno di anime che viaggiano nei corpi di animali, di persone, o dentro le parole che assumono la forma di bellezza, odio, rancore, pietà.

Il nome di Pitagora non compare mai nel testo e Orrico , per esprimerlo luminoso e concreto, trova percorsi scenico-narrativi che lo proiettano sul palco assieme ai personaggi che con lui prendono forma come in una trasmigrazione energica, moltiplicando la stessa teoria della reincarnazione che, ecco, prende vita.

Il Polilogo in 10 numeri è fluido, mai spezzato, grazie anche a una magica sospensione regalata dalle musiche di Massimo Garritano che completa armonicamente lo spettacolo senza mai diventare semplice sottofondo. Anche la voce fuori campo di Ada Roncone in una Philtys presente e vibrante, contribuisce a realizzare una rappresentazione che sfiata, come la valvola di una pentola a pressione, nell’ultimo personaggio: un attore che incarna millimetricamente, come ogni professionista delle scene, quel miracolo del ritorno, del già detto, del già vissuto. In un virtuoso déjà-vu che ci regala – spettatori, umani, animali o semplicemente anime – lo stacco gentile da una performance emotivamente incantevole.

foto di Marco Costantino


SpazioTeatro, in scena Pitagora, voce dell’anima universale

Approda a Reggio la pièce scritta da Marcello Bruno, sul palco la classe di Ernesto Orrico e la chitarra di Massimo Garritano

di Gabriella Lax
su Il Reggino.it

Chi è Pitagora? tutti lo conosciamo come un grande studioso della matematica, un filosofo; per quelli più vicini a lui poi era un maestro. Nella pièce “La fuga di Pitagora lungo il percorso del Sole”, andata in scena SpazioTeatro, ne “La casa dei racconti”, con la recitazione di Ernesto Orrico e Massimo Garritano alla chitarra, Pitagora è l’essenza.

Un polilogo di stati d’animo

È la voce della nostra anima, di quella parte di noi, completamente slegata dal mondo materiale, che vive in eterno: non nasce non muore, ma passa da un corpo ad un altro seguendo la linea del Sole. Ed è la parte saggia e compassionevole, quella che non sacrifica gli animali perché come noi, sono parte integrante dell’Uno.

L’Uno, l’Universo che, spiega Pitagora, infinito, accostato al due: il Diverso, l’unione di due punto, l’uomo e la donna, il bianco ed il nero, la dualità che pervade ogni cosa. Lo spettacolo ha debuttato a Roma, il 23 gennaio all’ÀP – Accademia Popolare dell’antimafia e dei diritti; il 14 febbraio è andato in scena a Crotone, al Teatro della Maruca. Un “polilogo di stati d’animo”.

Dieci finestre nel racconto in cui, il palco nero vuoto si lascia accendere dallo scintillio vibrante dello specchio che incarna il volto di un Orrico, prima Ippaso discepolo fedele del maestro straniero, arrivato a Crotone dall’isola di Samo; poi è una maschera d’oro da cui esce la voce in esterna che tradisce le sembianze di Phyllis: discepola caparbia, coraggiosa e curiosa.

E intorno al mondo di Pitagora, con suo strano preciso modo di raccontare, ruotano le queste figure che aprono, nonostante l’iniziale ambientazione che si perde nel mondo greco, spaccati di realistica verità.

Uno sguardo puntato sul presente, egoismo, nazionalismo, tutti ben incarnati dall’emblematico grido del discepolo infedele «Chiudete i porti!» di salviniana memoria. Bravo Orrico, padrone sicuro del palco, bravo a passare inesorabile col suo manto nero, da una personificazione veloce ad un altra, fino al toccante monologo finale sul ricordo che fa l’anima di tutte le vite in cui si è incarnata.

Pitagora, Orrico e lo scritto di Marcello Walter Bruno

La storia nasce da un primo scritto di Marcello Walter Bruno, professore associato all’Università della Calabria. Si è occupato molto di cinema, fotografia, comunicazioni di massa e poco di teatro. Ha però collaborato come drammaturgo con Giancarlo Cauteruccio/Krypton.

«Più volte gli avevo chiesto e non riusciva a recuperalo. L’ultima volta c’è stata la sollecitazione di Carlo Gallo del teatro di Crotone. Lo scritto però era andato perduto negli anni – afferma Orrico – finchè, dopo le continue richieste, si è offerto di farne un altro. Il testo scritto che ci è arrivato a pezzi, in tre o 4 mesi». Tutto il tempo per elaborarlo, metabolizzarlo e costruire una storia che potrebbe cambiare nelle prossime messe in scena, in divenire come il cosmopolita Pitagora.

Garritano e i tempi differenti

E il binomio voce recitante e chitarra narrante tiene perfettamente il passo. «Tempi differenti, apparentemente in contrasto, scelti appositamente – chiosa Garritano dopo lo spettacolo – applicando la matematica si rischia di essere cervellotici, di fare esercizio di stile». Invece ne viene fuori un’armonia gradevole, tetra a volte, perfetta per accompagnare l’incalzare della recitazione. Musiche scritte per lo spettacolo ad eccezione di “Costellazione 5”, estratta dall’album “Present” del 2016, che s’intona alla scena.

“Piccoli lettori, grandi cittadini”

SpazioTeatro, prima dello spettacolo, sia sabato che domenica, nel corso della replica pomeridiana, ha ricordato il progetto “Piccoli lettori, grandi cittadini”, voluto dall’amministrazione comunale, a cura del gruppo area metropolitana “Nati per Leggere” con il supporto della scuola di Fundraising di Roma. Beneficiari diretti e immediati dell’intervento sono i bambini, ma gli effetti del progetto possono riverberarsi su tutta la comunità, che ne diviene il principale beneficiario indiretto.

Ogni libro donato sarà una preziosa chiave per entrare e agire in territori fortemente urbanizzati. Anna Calarco, di SpazioTeatro, ha ricordato che aderire alla raccolta fondi è un’opportunità di gratificante mecenatismo culturale nel proprio territorio; si usufruisce delle detrazioni fiscali del 65% secondo la disciplina dello strumento dell’Art bonus ed è una qualificante pubblicità indiretta. L’impatto di questo intervento può essere rivoluzionario: il piccolo bambino che “legge” attraverso la relazione con il suo adulto di riferimento diventerà non solo più “performante”, ma soprattutto amerà leggere da grande. E un adulto che legge non è solo più colto ma è una persona più riflessiva, più critica, più libera, un cittadino migliore.

 

ÀP Teatro: dalla “Fuga di Pitagora” alla “Supernova”, stasera in scena a Roma

di Renata Savo
su scenecontemporanee.it

Una euforica divagazione che cavalca la duplice onda della filosofia e della matematica è stato lo spettacolo Fuga di Pitagora, scritto da Marcello Walter Bruno, e diretto e interpretato da Ernesto Orrico, ospitato in apertura della stagione ÀP Teatro promossa da Associazione daSud Compagnia Ragli e giunta alla terza edizione.

Fuga di Pitagora è ambientato in un’epoca remota e al tempo stesso recente, in un luogo dal nome greco ibrido Kroton, che richiama la Crotone del sud Italia. Definito un “polilogo in 10 numeri”, il testo ha come personaggi un maestro, degli allievi, e un attore. Essendo andato in scena come studio risulta difficile provare ad assegnare un giudizio di valore, ma bisogna dire che il testo, a tratti concettuale come la materia che – apparentemente – tratta, si legge molto bene da solo, mentre più ostica, invece, è la sua trasposizione scenica. Pitagora è una sorta di immigrato, simbolo di innovazione, cosmopolitismo – e quindi di speranza per la civiltà – che raggiunge una città in cui vigono idee conservatrici, e dove non è difficile ravvisare lo stesso atteggiamento che la nostra contemporaneità xenofoba rivolge ai migranti che sbarcano a Lampedusa. Lo studio si è accompagnato alle belle composizioni per chitarra elettrica e pedali di Massimo Garritano, che se da un lato rendono piacevole l’operazione di messa in scena, dall’altro conducono verso un eccesso di formalismo, in direzione di una sur-realtà simbolica e distante, di difficile interpretazione (forse basterebbe asciugare il testo, senza penalizzare le musiche).

La stagione ÀP prosegue fino al 23 aprile anche quest’anno nel segno della “resistenza”. Da anni, infatti, la Compagnia Ragli è impegnata nella rivendicazione del valore della cultura come arma utile a sconfiggere la barbarie delle mafie aumentando la consapevolezza delle coscienze, e lo fa sia attraverso la ricerca artistica (qui le nostre recensioni al riguardo), sia tramite un ostinato lavoro di progettazione culturale, che si annida simbolicamente, e attivamente, nella periferia romana, all’interno di quel luogo in cui si formano le coscienze, la scuola, e per essere più precisi, va ad abitare l’auditorium dell’Istituto d’Istruzione Superiore Enzo Ferrari, nei pressi di Cinecittà.

Quest’anno la stagione offre una piacevole novità, gli AperinScena: proprio stasera sarà ospite alle 19 il premiato autore e regista Davide Iodice, con cui ci sarà alle 19 un incontro moderato da Cecilia Carponi de Le Nottole. A seguire, Supernova della compagnia I Pesci, uno spettacolo con Alessandro Gioia, Lia Gusein-Zadé, Fiorenzo Madonna e Luca Sangiovanni, drammaturgia e regia di Mario De Masi.

 

Ernesto Orrico: Pitagora pacifista? La disciplina della tolleranza

di Marta Maria Cirello
su LE NOTTOLE DI MINERVA Rivista di critica teatrale universitaria

Sulla Togliatti, proprio dietro Cinecittà, c’è un posto che vuole fare resistenza, in un quartiere non semplice della capitale. E, a entrarci, pare di essere tra conoscenti, le pareti tutte arancioni, le persone chiacchierano e sorseggiano del vino. Quest’isola è l’Accademia Popolare dell’Antimafia e dei Diritti. Si fa teatro, lì dentro, ma non solo. Ci si incontra prima, in questo foyer «pieno di gente che noi chiamiamo amici», dice il direttore artistico Rosario Mastrota.

Siamo stati all’inaugurazione della stagione teatrale, ÀP Teatro, appunto. Si è parlato di pacifismo, durante un aperitivo pre-spettacolo, insieme a Giulio Marcon, ex deputato ed esponente del movimento pacifista. La riflessione sull’attivismo della pace non viene spesso stimolata, per questo l’ascolto è stato attento. Tutto coerente con la missione civile portata avanti dall’Associazione DaSud in collaborazione con la Compagnia Ragli in questo spazio (qui la nostra intervista).

Ernesto Orrico ha messo in scena La fuga di Pitagora lungo il percorso del sole, in anteprima, insieme al musicista Massimo Garritano, un testo di Marcello Walter Bruno. La scena vuota, un uomo incappucciato, simile a un monaco, dice tantissime parole, in controluce, e dei suoni creano un’atmosfera sospesa. Non si sa dove, né quando, e se non fosse per il titolo non si capirebbe subito nemmeno chi. Parla di numeri, di anime, che abbandonano i corpi e poi ritornano, limitate nel numero e infinite nel loro ritorno. Parla di una terra, la Calabria, e di allievi. Man mano che ci si sintonizza queste parole cominciano a essere più chiare. È il maestro, Pitagora, che spiega le ragioni della tolleranza verso ogni essere che abita la terra. Ma anche il migliore dei maestri ha un allievo ribelle, riottoso persino, che si palesa al pubblico con un improvviso cambio di luce e di costume – ora vediamo il volto dell’attore – che si mostra insofferente a tutta l’armonia predicata dal filosofo. I circa sessanta minuti si articolano in questo agone: la non violenza delle ragioni pitagoriche da un lato, l’ira nazionalista dell’allievo dall’altro. E dentro a questa discussione, che si interrompe e riprende e cambia punti di vista e toni, l’autore proietta piccoli pezzetti di storia dell’oggi, le migrazioni in primis, l’identità di un popolo. «Questa materia antica parla della nostra contemporaneità mediterranea» e lo fa con il linguaggio del filosofo e del matematico. Il personaggio che tutti noi ricordiamo per il teorema del triangolo rettangolo viene raccontato nella sua tolleranza, nel suo essere un pacifista, perché tutto è riconducibile al numero, tutti siamo uno, l’uno genera tutti i numeri, i numeri generano armonia.